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Arcipelago Gulag in Romania: ciò che nessuno aveva mai raccontato |
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Le truppe russe avevano occupato quasi un terzo
della Romania e mi fu intimato, come membro del corpo insegnante, di
iscrivermi d'urgenza al sindacato manipolato dal partito comunista,
imposto al potere dai blindati sovietici. Quindi non c'era posto nella mia coscienza per un compromesso. Rinunciai alla carriera universitaria e mi ritirai in campagna come operaio agricolo; ma non fu sufficiente, poiché ero conosciuto, già alla facoltà, come militante cattolico e anticomunista. Velocemente fu improvvisato a mio carico un dossier accusatorio; e visto che le accuse si fondavano su fatti che il codice penale dell’epoca ancora non incriminava (rapporti con i vescovi, con la nunziatura, apostolato laico), il mio dossier fu assimilato a quello dei grandi industriali. Dopo gli interrogatori accompagnati da atroci trattamenti, il procuratore dichiarò con perfetta logica comunista: "Nel dossier dell'accusato non si trova nessuna prova sulla sua colpevolezza; ma chiediamo ugualmente il massimo della pena: 15 anni di lavori forzati. Poiché, se non fosse colpevole, non si troverebbe qui".
Obiettai: "Ma non e possibile che mi condanniate
senza avere nessuna prova!". E lui: "Non e possibile? Guarda come e
possibile: 20 anni di lavori forzati per aver protestato contro la
giustizia del popolo". E questa fu la sentenza.
Mi ero presentato a lui, al capo della nostra
Chiesa, per chiedere lumi alla Santa Provvidenza, poiché il mio padre
spirituale, monsignor Vladimir Ghika, altro futuro martire, era all'epoca
nascosto. Mi era stata offerta da qualcuno la possibilità di partire per
l'estero. Trattandosi di un passo importante, non volevo compierlo senza
confrontarlo con la volontà di Dio. E la risposta arrivò: il mio arresto.
Capivo che avrei passato la mia vita nelle prigioni create dal regime
comunista, ma ero sereno: seguivo il percorso della Santa Provvidenza. Il calzino era diventato lo strumento antirumore grazie al quale si impediva al suono di oltrepassare il luogo dell’interrogatorio. D'altra parte, era praticamente impossibile emettere un solo gemito. Per di più, mi ero autobloccato psicologicamente: non ero più capace di gridare o di muovermi. I miei torturatori interpretavano questo atteggiamento come fanatismo da parte mia. E continuavano sempre più accaniti, alternandosi nel torturarmi. Notte dopo notte, giorno dopo giorno. Non mi domandavano nulla, poiché non era la risposta ciò che li interessava, ma l'annientamento della persona, fatto che tardava ad avverarsi. E come si prolungava lo sforzo di annientare la mia volontà, di ottenebrare il mio pensiero, si prolungava indefinitamente la tortura.
Gli scarponi maciullati mi caddero dai piedi, pezzo
dopo pezzo.
Fuoruscito attraverso il calzino, il mio grido non
fu compreso dagli aguzzini. Trattandosi del primo suono che udivano da me,
si dichiararono contenti, sicuri d'avermi piegato. Mi trascinarono con la
coperta fino alla cella, dove svenni. Al mio risveglio, davanti a me stava
l'inquisitore, con in mano una risma di carta: "Ti sei ostinato, bandito,
ma non uscirai di qui finché non avrai tirato fuori tutto ciò che tieni
nascosto dentro. Hai 500 fogli. Scrivi tutto ciò che hai vissuto: tutto su
tua madre, su tuo padre, sulle sorelle, i fratelli, i cognati, i parenti,
i compagni, i conoscenti, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le
religiosi, i politici, i professori, i vicini e i banditi come te. Non ti
fermare finché non avrai finito la carta". Ma non scrissi nulla. Non per
chissà quale fanatismo, ma perché non ne avevo la forza: anche la mente mi
sembrava svuotata. E io: "Come a correre? In una stanza di soli tre metri?". Nella stanza c'era anche una lampadina di 300 watt, troppo per una stanza di soli tre metri per due, fissata non in alto ma sul muro, a livello del viso. "Corri!".
La lupa, ringhiando, stava pronta ad attaccare.
Corsi per sei, sette ore, ma di ciò mi resi conto soltanto verso l'alba,
vedendo la luce farsi strada nella cella e sentendo movimenti
nell'edificio. Ogni tanto quel tale faceva uscire la lupa per i bisogni. A
me non era concesso. Quando cominciai a perdere l'equilibrio e accennavo a
fermarmi, la lupa vigilante, come a un comando, mi ficcava le sue zanne
nella spalla, nella nuca e nel braccio. Ma vedendo che nemmeno la maratona era riuscita a convincermi a rilasciare una dichiarazione sui vescovi e la nunziatura, o su qualche compagno ricercato, ritennero utile passare a un altro metodo di convincimento: il sacchetto di sabbia.
Muto anche lui, fece un segno muovendo la testa. Il mio boia capi il comando. Impugnò il sacchetto e me lo picchio in testa con ritmo, accompagnando ogni colpo con la parola: "Parla!". Decine di volte, centinaia di volte, non so, magari migliaia: "Parla!". Ma nessuno mi chiedeva alcunché. Soltanto una voce cavernosa, monotona, mi ficcava nel cervello l'idea imperativa di dire, di rispondere a ogni domanda sottoposta alla mia coscienza dall'organo inquisitore. Non mi fu difficile decifrare la satanica idea di voler sottomettere la mia volontà.
Dopo circa venti colpi, cominciai ad applicare il
principio morale "age contra", fa il contrario, dicendo tra me ad ogni
colpo: "Non parlo!". Decine di volte, centinaia di volte. Con
l'autosuggestione avevo impiantato in me lo stereotipo "Non parlo!", col
rischio di diventare io stesso schiavo di quell'unico modo di esprimermi.
In effetti fu così: da allora in poi, automaticamente, a ogni domanda che
mi veniva rivolta, non importa su quale argomento, io rispondevo: "Non
parlo!". Mi ci volle un anno intero di sforzi mentali per liberarmi da
questo sinistro riflesso automatico. Nulla e nessuno vi resisteva tranne l'uomo, il più alto tesoro del materialismo storico. Nelle celle di Jilava, i poveri uomini facevano l'esperienza delle sardine: però non nell'olio, ma nel succo proprio, fatto di sudori, di orine e di acque di infiltrazione, che scorrevano senza sosta sui muri. Lo spazio era sfruttato nel modo più scientifico: due metri di lunghezza e ventotto centimetri di larghezza per ciascuna persona stesa a terra, sul fianco. Alcuni, i piu anziani, stavano stesi su tavole di legno, senza lenzuola o coperte. A contatto col legno erano l'osso omerale e la parte esterna del ginocchio e della caviglia. Stavamo sulla punta delle ossa, per occupare uno spazio minimo. La mano non poteva appoggiarsi che sull'anca o sulla spalla del vicino. Non resistevamo cosi più di mezz'ora; poi tutti, al comando, poiché non era possibile separatamente e uno dopo l'altro, ci voltavamo sull'altro fianco. La catasta di corpi stipati, cosi disposti, aveva due livelli, come in un letto a castello. Ma al di sotto di questi c'era un terzo livello, dove i detenuti giacevano direttamente sul cemento. Sul cemento i vapori di condensa del respiro dei settanta uomini, assieme alle acque di infiltrazione e all'orina che fuoriusciva dalle latrine, formavano una miscela viscosa in cui nuotavano i malcapitati.
Al centro della cella-tomba di Jilava troneggiava un
recipiente metallico, di circa settanta-ottanta litri, per l'orina e le
feci di settanta uomini. Non aveva coperchio e l'odore e il liquido
traboccavano abbondantemente. Per raggiungerlo, dovevi passare per il
"filtro", vale a dire per un controllo severo applicato a pelle nuda,
controllo nel quale veniva sottoposto ad esame l'intero organismo e ogni
suo orifizio.
Le finestre di Jilava non erano fatte per dare luce,
ma per ostacolarla, poiché tutte erano accuratamente chiuse da tavole di
legno inchiodate. La mancanza d'aria era tale che per respirare, tre per
volta, ci avvicendavamo a turni, pancia in giù, con la bocca accanto allo
spiraglio della porta, posizione in cui contavamo sessanta respiri,
affinché poi anche altri compagni potessero riprendersi dallo svenimento e
dalla carenza d'ossigeno.
L’accoglienza si svolse secondo lo stesso rituale sinistro, diabolico, di profanazione dell’uomo creato dall’amore di Dio.
La stessa raspatura, gli stessi stivali tremendi che
ci si ficcavano nelle costole, nella pancia e nei reni. Nonostante ciò,
notammo una differenza: non eravamo più sottoposti al regime di conserva
in orine, sudori, condensa e carenza d'ossigeno, ma fummo sottoposti a una
intensa cura di ossigenazione a pelle nuda e nel gelo, bandito dopo
bandito (da intendere ministri, generali, professori universitari,
scienziati, poeti) compreso me, che non ero nulla tranne che un "Non
parlo!" gigante, una ferma e umile fiducia nella Grazia che mi avrebbe
fatto superare la prova. Altrimenti, come avrebbe potuto farsi avanti il tanto proclamato "Uomo nuovo sovietico"?
La cella in cui ero stato introdotto non conteneva
nulla: ne letto, nè coperta, nè lenzuolo, né cuscino, nè tavolo, nè sedia,
nè stuoia e nemmeno finestre. Soltanto sbarre di acciaio e io, come tutti
gli altri, da solo nella cella: mi meravigliavo di me stesso, vestito con
la sola pelle e coperto dal freddo. Dopo circa tre giorni, dalla porta violentemente sbattuta mi furono gettati dei pantaloni logori, una camicia con maniche corte, mutande, una divisa a strisce e un paio di scarponi consumati, senza lacci, senza calzini. Nulla da mettere in testa. E in più una specie di latrina, un misero recipiente di circa quattro litri. Mi vestii come un razzo. Congelati, il quarto giorno ci contarono. Al posto del nome mi diedero un numero: K-1700, l'anno in cui la Chiesa della Transilvania si riunì con Roma. All'anagrafe, ero gia ucciso. Sopravvivevo solo come numero statistico.
Arrivò poi il brodo, servito con un mestolo da 125
grammi: un fluido allungato prodotto dalla bollitura di farina di mais.
Come pranzo ci fu distribuita una minestra di fagioli, nella quale potei
contare all'incirca otto, nove chicchi, con parecchie bucce vuote, senza
contenuto. Per la cena, ci portarono del tè con una crosta di pane
bruciato. Dopo una settimana, i fagioli furono sostituiti da un passato di
crusche, nel quale contai quattordici chicchi. Di tanto in tanto, i
fagioli si alternavano con il passato di crusche. Vivevamo con meno di
quanto si dà a una gallina.
CAMMINARE O MORIRE Nel momento in cui cadevamo stremati dalla stanchezza e dalla fame, precipitavamo nel sonno; un sonno brevissimo, giacche il freddo era tagliente. Da un tale sonno mi sveglio un giorno una voce proveniente dall'altra parte del muro: "Qui professor Tomescu. Chi sei ?". Era un ex ministro della sanità che, udito il mio nome, così prosegui: "Ho sentito parlare di te. Ascoltami attentamente: siamo stati portati qui per essere sterminati. Non collaboreremo mai con loro. Ma chi non cammina muore, e quindi diventa un collaboratore. Trasmettilo agli altri: chi si ferma, muore. Camminare senza sosta!". Il padiglione, immerso nel silenzio lugubre della morte, risuonava sotto i nostri scarponi senza lacci. Eravamo animati dalla misteriosa volontà di un popolo di rimanere nella storia e dalla vocazione della Chiesa di restare viva. Ci fermavamo dal camminare solamente intorno alle 12,30, per una mezz'ora, quando il sole si fermava avaro per noi nell'angolo della stanza. Là, rannicchiato col sole sul viso, rubavo un fiocco di sonno e un raggio di speranza. Quando il sole mi abbandonava anche lui, sentivo però di non essere abbandonato dalla Grazia. Sapevo di dover sopravvivere. Camminavo, dicendomi come in un ritornello, sillabando: "Non voglio morire! Non voglio morire!".
E non sono morto! A ogni passo cadenzavo nella mente
una preghiera, componevo litanie, recitavo versetti di salmi.
E se dovessi raccontare i miracoli che ho vissuto?
Non sarebbero considerati delle fantasmagorie? Sopporterei più
difficilmente questa incredulità che non altri anni di prigione. Ma nemmeno
Gesù e stato creduto da tutti coloro che l'hanno visto: "Da allora
molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui"
(Gv 6,66). |